A questa generazione, racchiusa nel paradosso di una duplice inefficienza, non tocca altro obiettivo che quello di riscoprire e imparare a vivere nuovamente nel regno più impermanente di tutti.
Posta difatti nel rischio continuo della falsificazione rettorica, ha ormai sperimentato la totale inefficacia di ogni azione positiva, nella società come nel sé. La condizione in cui si trova è simile allora a quella di un Narciso che si specchi laddove l'acqua della fonte sia da tempo esaurita: il giovane cerca il suo ritratto impresso sulla sommità leggera delle acque, lì lo cerca per abitudine d'amore, ma non trova che la bruta mota della terra. Narciso, la nostra generazione, rischia di innamorarsi di questa fangosa consistenza, credendola essa stessa unico rispecchiamento possibile del proprio sé, il Giusto che essi debbono pagare “secondo l'ordine del tempo” (Annassimandro). Ed essi trattengono questa immagine irriflessa e la propagano, vi si ritrovano, se ne compiacciono infine, propalatori dell'opaco attraverso i media di cui dispongono. Presi nell'incubo, essi vivono nello stampo sordo, irretiti da un passato che non ammette altro da quell'opaco e sognatori di nient'altro che non sia l'opaco. Unica via che ad essi rimane è quella di “profanare il profanato” (Agamben), dunque, affondare finalmente le mani nella non-immagine fangosa a loro rivolta e decidere, decidersi a scavare.
Scavare nella terra al fondo dello stagno implica la riscoperta della possibilità di avere le mani, riscoprire che la terra non è che materia dentro di loro, a loro fatta consustanziale. Implica la fuoriuscita dalla dinamica passiva e riflettente del vedere-vedersi e dislocarsi infine nell'azione che abbia la propria sede nell'ascolto del proprio corpo reale, nell'ora e nell'adesso, al di fuori di ogni apparire. Colui che sarà il Narciso che scava, con le mani unte del grasso della terra, avvertendo sotto le unghie delle mani lo sporco di quella stessa terra, gocciante di sudore che le imperla e le impasta, potrà infine tornare a sentire addosso al sé ciò che è diventato, potrà vederlo nuovamente e per la prima volta, senza occhi, nelle proprie mani brute, nell'esperienza della fatica che esse fanno a raschiare il fondo melmoso e opalescente di ciò che sono.
[molte delle esperienze letterarie più importanti di questi ultimi anni sono segnate da questa fatica e da questa diciamo “terrosità”: si leggano “Il nemico” di Tonon; “Sulla bocca di tutti” di Calandrone; “Pitture nere su carta” di Benedetti; “L'uomo e il suo amore” di Pierantozzi; “Coma” di Guyotat; “I canti del caos” di Moresco; “Paesaggio con fratello rotto” di Gualtieri etc.]
“Era terra in loro e scavavano”. Così inizia un celebre testo di Paul Celan, oggi sempre più attuale, il quale termina: “Uno, non uno, nessuno, tu \ Dove si andava, se in nessun luogo si andava? \ Tu scavi e io scavo e io a te mi scavo, \ E al nostro dito si risveglia l'anello” (Celan). Come implicito nel testo, la possibilità dello scavo riaccende il presupposto della Presenza, la quale è funzione dell'alterità e del patto (l'anello) che lega il singolare al plurale, vicendevolmente, e lega i due estremi ad un linguaggio tornato possibile, finalmente reso Linguaggio della Presenza. Narciso, scavando al fondo della penuria delle acque, ritrova l'ultima sorgente in cui rispecchiarsi. Essa non sgorga acqua che abbevera; non crea la pozza laddove l'immagine edulcorata e falsificata dalla vana retorica dei padri lo rispecchia. Essa non è speranza dei figli, non è futuro e procrastinazione che abita ventre di donna. Essa è l'esigenza che si compia, oggi e adesso in ognuno di noi singolarmente, la Commedia del bisogno e della necessità. L'acqua dell'ultima sorgente, l'acqua della Presenza, è la Sete.
La nostra generazione ha dunque da esperire la fatica e il lavoro di riaccendere in sé la percezione reale del mondo, a partire dal proprio corpo scavato, per giungere all'ultimo atto della “Commedia delle Sete” (Rimbaud). Ognuno di noi deve scoprire di essere “il primo e l'ultimo” per “giungere a fare tutto in un punto” (Michelstaedter), assumere su di sé la responsabilità di fare una Rivoluzione totale dei costumi e dei mestieri. Generare una rinnovata etica che parta dalla Sete e sia di necessità “disperata”, senza che possa mai demandare al futuro ciò che è compito dell'adesso. Cancellare, scavando, la melma dei padri, cancellare il volto ad ogni figlio; far affondare tutto l'inutile apparire nel nulla in cui sussiste. La paura del non essere, la paura di “perdere la nostra presenza” è la traccia che ci mette alle soglie di un bosco. Non si tratta che di entrare e, al centro esatto della radura, scavare fin che la forza rimanga sfinita.
Tommaso Di Dio