
Un’importante istituzione inglese realizza una magnifica mostra sul DNA. Il primo pannello, quello che accoglie i visitatori, crea sullo sfondo del pannello una sorta di ‘S’, sfruttando l’immagine di un volto insieme con lo spazio occupato dal testo di presentazione.
Il team di creativi che ha progettato questo pannello è molto fiero di questo risultato: la ‘S’ sullo sfondo è il primo richiamo alla forma del DNA: la doppia elica. Questa idea grafica è poi sviluppata ed articolata durante tutta la mostra, nel tentativo di far ricordare al pubblico in maniera visiva i contenuti scientifici.
Un anno dopo, il successo di critica e di pubblico induce l’ufficio commerciale dell’importante istituzione a vendere all’estero la mostra. La mostra gira tutta l’Europa e il Nord America, riscuotendo sempre un costante successo, e si decide di portarla ancora più lontano. I testi vengono tradotti con tutta la cura e lo scrupolo necessari (vedi post del 12 dicembre 2010). La direzione dell’istituzione è molto orgogliosa dell’operazione, che coinvolge anche il Bahrain e la Cina. Due piccole rappresentanze, comprendenti anche alcuni dei creativi che hanno concepito la mostra, vengono mandate a Manama e Shanghai. Ma il giorno delle inaugurazioni, i grafici inglesi chiamano in patria, chiedendo disperatamente che le due mostre siano immediatamente sospese. I testi sono stati tradotti, ma le lingue di ‘arrivo’ hanno una direzione di scrittura diversa: l’arabo va da destra a sinistra, il cinese dall’alto in basso. Il risultato, sul piano grafico, è la scomparsa della ‘S’ dallo sfondo.
Si può tradurre una mostra e portarla in tutti i paesi del mondo? Forse sì, ma tradurre i testi potrebbe non bastare.
MF