Ad un certo punto, il Vesuvio ricomincia a comportarsi per quello che è: un vulcano. Lava, terremoti, palle infuocate e così via. Ovvio pensare, per chi si trovi in quel momento sulle sue pendici, che andarsene in fretta potrebbe essere la migliore idea di tutta una vita.
Non è detto – però – che mettere in pratica un’idea apparentemente così semplice, sia facile. In effetti serve una forte coordinazione, per evitare che le strade diventino un ingorgo di auto prima e di lava poi; serve che ognuno sappia cosa fare e dove andare.
Ma come si fa, in pratica? Come si può instillare, in diverse centinaia di persone, le vitali indicazioni che assicurerebbero almeno il teorico successo dell’evacuazione? Tenendo presente che il Vesuvio potrebbe risvegliarsi domani come fra 200 anni. Quindi non si può dichiarare uno stato di emergenza permanente perché, nel giro di una settimana, diventerebbe prima la quotidianità e poi la normalità.
Le informazioni da comunicare alle persone non sono né molte, né difficili. Ma per quanto tempo saranno ricordate? Se una volta all’anno c’è un’esercitazione generale, è sufficiente? E se sposi una ‘vesuviana’, cosa succede? Arriva il Sindaco a casa e ti spiega cosa fare?
Sarebbe etico ricorrere a tecniche subliminali, che fissino nel cervello delle persone quelle informazioni che potrebbero un giorno salvare le loro stesse vite? Ammesso che sia tecnicamente possibile, sarebbe lecito ‘condizionare’ la risposta comportamentale delle persone all’eruzione? E allora, volendo evitare il panico, perché non ‘condizionare’ anche la risposta emotiva? Quante vite umane potrebbe salvare un approccio di questo tipo?
Fra i compiti dello Stato c’è la salvaguardia dei cittadini. Infatti, ci sono delle leggi che impongono di allacciare la cintura di sicurezza quando si guida l’automobile.
A quale grado di libertà siamo disposti a rinunciare per la nostra incolumità?
Non è detto – però – che mettere in pratica un’idea apparentemente così semplice, sia facile. In effetti serve una forte coordinazione, per evitare che le strade diventino un ingorgo di auto prima e di lava poi; serve che ognuno sappia cosa fare e dove andare.
Ma come si fa, in pratica? Come si può instillare, in diverse centinaia di persone, le vitali indicazioni che assicurerebbero almeno il teorico successo dell’evacuazione? Tenendo presente che il Vesuvio potrebbe risvegliarsi domani come fra 200 anni. Quindi non si può dichiarare uno stato di emergenza permanente perché, nel giro di una settimana, diventerebbe prima la quotidianità e poi la normalità.
Le informazioni da comunicare alle persone non sono né molte, né difficili. Ma per quanto tempo saranno ricordate? Se una volta all’anno c’è un’esercitazione generale, è sufficiente? E se sposi una ‘vesuviana’, cosa succede? Arriva il Sindaco a casa e ti spiega cosa fare?
Sarebbe etico ricorrere a tecniche subliminali, che fissino nel cervello delle persone quelle informazioni che potrebbero un giorno salvare le loro stesse vite? Ammesso che sia tecnicamente possibile, sarebbe lecito ‘condizionare’ la risposta comportamentale delle persone all’eruzione? E allora, volendo evitare il panico, perché non ‘condizionare’ anche la risposta emotiva? Quante vite umane potrebbe salvare un approccio di questo tipo?
Fra i compiti dello Stato c’è la salvaguardia dei cittadini. Infatti, ci sono delle leggi che impongono di allacciare la cintura di sicurezza quando si guida l’automobile.
A quale grado di libertà siamo disposti a rinunciare per la nostra incolumità?