venerdì 22 ottobre 2010

Senza padri, senza eredi

Vi è un momento nella vita in cui si ha l'occasione di scoprire la forma e la sostanza di una solitudine immensa.

L'individuo interiore scopre qui, per la prima volta, una vasta trama di relazioni possibili fra il nucleo più stretto di sé e il mondo degli individui che lo circondano. È una distesa di legami, di direzioni probabili, di corpi orizzontali. In tale trama egli si perde, comprendendo per la prima volta quanto la propria scelta derivi da quella degli altri e quanto la propria possa influenzare quella dei suoi prossimi. Scopre quanto la libertà che gli è conforme sia congiunta con la propria solitudine.

In tale dimensione esistenziale, che prende il nome comune di adolescenza, l'individuo si trova in un doppio stato di prostrazione. Nulla di ciò che egli aveva appreso nel passato sembra possa servirlo a scegliere, ora messo di fronte ad una tale apertura e vastità di scelte che paiono tutte equivalersi e confondersi negli esiti; nulla di ciò che egli sembri propenso a fare trova una solida giustificazione o pare poggiare su basi che non hanno ancora solidità alcuna. È l'età dell'azzardo, dello slancio, dell'idiozia; è l'età dei grandi vuoti e dell'immobile totalità più abbacinante. È l'età in cui la parola si scopre nella sua duplice radice di giuramento e di bestemmia, di efficacia e di inutilità: è l'età in cui si vive, ebeti e inconsapevoli, l'informe e brutale bellezza delle crisalidi.

Non tutte le vite toccano i limiti di tale regione alla stessa età; non tutte le vite si avvicinano mai a lambirne i pericolosi confini. Molti di noi si limitano a sfiorarne il cono d'ombra per poi passare oltre, per sempre indenni dalla sua violenza.

Questo scritto trae la sua motivazione da un sospetto che assilla la mente gracile di colui che scrive: egli infatti ritiene che mai prima d'ora tale regione sia stata così affollata di ombre come l'età odierna. Di ombre, abbiamo detto - si badi - non di presenze.

La condizione odierna può trovare una delimitazione proprio se prendiamo come limiti concettuali i risultati di una duplice inefficienza: da un lato, l'inefficienza di ciò che è stato appreso, dall'altro di ciò che nel futuro possa servire ad aprire uno spiraglio in quanto azione diretta e piena di senso. Bloccata, l'età contemporanea vive in bilico fra la festa e la catastrofe, sempre accennata e sempre vissuta nello sperpero più visibile e, in ragione di ciò, mai così tanto risibile. La festa e la catastrofe possono esercitare le proprie funzioni virtuose, gioiose da un lato e terrificanti dall'altro, solo e soltanto se esse sono tenute nel tempo dell'eccezione, nel tempo-senza-tempo dell'attimo che si apre all'amplesso di nuove possibili figure di verità. L'età odierna, invece, pare convivere in questa condizione estrema come sua propria dimora stabile, alternando continuamente l'una all'altra, vivendo nell'euforia della prima la disforia della seconda e viceversa.

Tale ambito di oscillazione, tale diaframma, persiste proprio a causa dell'effetto della duplice inefficienza a cui abbiamo accennato. Da un lato, il fallimento evidente della politica dei padri mostra quanto mai oggi sia catastrofica la loro eredità. Mostra quanto inapplicabile sia ogni strategia da loro già impostata e imposta, quanto sia inutile ogni provvedimento che da loro - e dalla loro logica - sorga a contrastare il loro stesso fallimento. Dall'altro, la sclerosi del sistema, complice l'invecchiamento della popolazione europea che riduce lo spazio della sostituzione generazionale, impone alla classe più giovane la dimensione televisiva della festa perpetua, del disinteresse, dell'abulia: essi assistono divertiti allo spettacolo macabro dell'agonia dei padri.

Così, quell'età della solitudine, quell'età immane e atroce, quell'esperienza totale del deserto che giace fra scelta e libertà, viene oggi illusionisticamente affollata da una comunità di spettri. L'isolamento dell'individuo, lungi dall'essere affrontato per quello che esso è e quindi possibile foriero della coscienza di essere presenti al mondo nella sua più reale e tragica consistenza, si ritrova ad essere popolato da sagome, figure, compagni che compagni non sono: milioni di altre solitudini che, poste a variabile distanza dalla solitudine dell'individuo, lo irretiscono, lo canzonano, lo accompagnano senza volto in quello che appare sempre meno un saldo paesaggio roccioso e desertico e appare sempre più un fluttuante, continuo, maremoto di ombre a cui il contemporaneo social networking non fa che dare maggior consistenza.

Una domanda, dunque, sorge pressante e grave. Se tutti i sistemi di comunicazione sono al servizio di una retorica oscura, se tutta l'eredità dei padri appare stigmatizzata dal segno della catastrofe, come rivolgersi ad un possibile futuro? (to be continued)