martedì 12 ottobre 2010

tracce di Durata

Ortega y Gasset scrisse nel 1937 un libro sull’azione di tradurre. Secondo Ortega la lingua ha almeno tre livelli di limitazione. Una prima ‘frontiera di ineffabilità’ è dovuta al fatto che ogni lingua pratica una selezione. Questa selezione crea il linguaggio, gli permette di sorgere; la lingua nasce obbligatoriamente come amputazione del dire, come ritaglio di silenzi: un essere che non fosse capace di rinunciare a dire molte cose, sarebbe incapace di parlare.

Non solo, la lingua é anche carica di ‘ineffato’: ciò che il linguaggio potrebbe dire, ma che ogni lingua –e ogni lingua in modo diverso- silenzia perché spera che l’uditore possa e debba supporlo da sé. Ogni dire è dunque deficiente, dice meno di quanto vuole, e allo stesso tempo esuberante: dà a intendere più di quanto si propone.

E ogni volta che si riesce a tradurre un testo, si sta sfiorando quel mondo di silenzi e bui sterminati che la parola ha tagliato per dargli una forma. E ogni volta che siamo in grado di leggere i documenti del passato, siamo in grado di ricordare le forme della vita nel tempo -perduto. Nella durata.

Il testo indiano più antico che noi abbiamo è una raccolta d’inni che risale fino al 1500 a.c. circa –inni per invocare gli dei al sacrificio che si sta per compiere. Tutto quello che noi sappiamo di quel periodo sta solo in quelle parole: non ci sono altri testi o rovine.. quelle parole sono pressoché le uniche testimonianze delle origini di una cultura, quasi in bilico fra mondi, al sorgere della cultura indiana, ma anche alla fine di quella indoeuropea che fin lì, nella valle dell’Indo e oltre, ha accompagnato queste tribù di nomadi. Le parole che li compongono non sono sempre rintracciabili nella letteratura successiva, a volte il loro significato si è sviluppato in una direzione diversa. E noi non sappiamo ‘a che gioco stiamo giocando’ di fronte a quel testo che è un mero frammento. La frontiera di ineffabilità si espande.

A partire da Schleiermacher (1813) due sono i modi di tradurre: avvicinare l’autore al linguaggio del lettore o condurre il lettore al linguaggio dell’autore. Si forza la ‘lingua d’arrivo’ fino al suo limite di tolleranza per trascrivere ciò che di quella lingua non è. Il lettore si trova a fare nuovi gesti mentali. Sempre più ampi quanto più lontane sono le frontiere.

Il risultato non sarà qualcosa di letterariamente bello, ma un libro che -attraverso un apparato assai irritante- faccia ‘trasmigrare’ vicino a coloro che secoli fa si sforzarono a loro modo ‘di tenersi sul filo della vita’. Per fare questo si ha probabilmente diritto ad andare oltre i limiti consentiti, a ricorrere alla propria immaginazione, e accettare il rischio di cadere nello strapiombo della visione auto-referenziale, dal momento che ci si aggira per un deserto di relitti e sono poche le ipotesi che possono essere falsificate.