Quando si parla di induismo, si pensa di usare una parola autoctona- che sia stata coniata ad un certo momento dai rappresentanti di quella stessa “religione”. Eppure i primi a usare questa parola, hindu – sindhu, sono stati i mussulmani: quando loro era il dominio sul nord dell’India crearono questo termine per indicare chi fra la gente di quella zona non era di fede islamica e doveva quindi pagare una tassa. Con simile scopo venne usata, in seguito, dai funzionari dell’Impero Britannico. Si diffuse poi in Europa e in America per indicare un non ben identificato insieme di gente, che risieda o provenga dal territorio indiano, come appartenente ad un’unica religione.
A oggi la parola hindu ha preso spazio e vita tra quella gente per cui era stata creata, “entrando” nelle loro lingue. Viene usata dagli indiani stessi per identificarsi e così differenziarsi –ancora una volta- dai mussulmani, cattolici, in parte dai buddhisti.
Corsi e ricorsi di una parola. Corsi tortuosi. Per spiegarli si può annoiare molto. Si rischia di confondere le acque.
Il sostantivo vedico ṛtá- indica un insieme di concetti i quali difficilmente possono esser resi con un unico corrispettivo in un’altra qualunque lingua: ṛtá- è “ordine”, “legge” ma anche “il vero”, è l’attività ordinatrice a livello cosmico della Verità. Indica quella forza che regge l’universo e che deve essere sostenuta e ri-fondata ogni volta tramite il sacrificio che nella fase arcaica della cultura indiana occupa il centro assoluto del pensiero di un’intera società. Chi si è trovato a dover tradurre le parole di questa società, ha dovuto scegliere. Se rendere questo termine in modo diverso a seconda del contesto. Così facendo, però, nascondere il termine di partenza, sparpagliandolo in mille suoni diversi che nessun lettore poteva accorgersi essere sempre la stessa parola a tornare. Oppure, tradire, troncare una parte di quel tutto che la parola evocava e scegliere di raccontare solo un pezzo della verità.
Una soluzione, che in qualche modo cerca un compromesso fra le ragioni delle prime due, è quella di non utilizzare sempre lo stesso termine nella lingua d’arrivo, riportando, però, tra parentesi, il termine originario.
E anche in questo caso il rischio di appesantire, di annoiare.
Tradurre è una scelta continua fra possibili passi falsi e approssimazioni, fra errori più o meno faticosi. E´ cercare di trasportare parole che sono grumi culturali su un terreno che non ha la conformazione per accoglierlo, e per questo si forza la ‘lingua d’arrivo’ fino al suo limite di tolleranza per trascrivere ciò che di quella lingua non è.
dirghatamas