lunedì 18 aprile 2011

Sensazioni e sfoghi

La cultura teatrale italiana sembra dover essere composta sempre e solo, o da persone impegnate a denunciare questioni sociali e politiche, o da persone che attingendo a grandi riferimenti letterari, artistici, cinematografici evocano bellezza di altri, chi più chi meno ammiccando a quel pubblico colto che condivide e comprende la citazione e mettendo in soggezione quel pubblico meno colto che nel non conoscere vive la soggezione di non essere pubblico adeguato. Non esiste novità. "...la novità non è data sotto questo sole..." dice Qohelet. E sembra davvero così. Sembra che non si possa sperare di coltivare nuove visioni. Tutto deve in qualche modo ricordare qualcosa. Alludere, rispettare dei riferimenti di cui essere debitori e perciò (a mio modo di vedere) prigionieri. Gli artisti e, più grave, il pubblico . Come se la cultura per esistere oggi avesse bisogno di essere giustificata. Perchè andare a teatro una sera, se non per tutti insieme annuire di fronte agli scandali che vengono denunciati, raccontati? Inorridire di fronte a video che ripropongono la solita violenza, la solita solitudine, la solita degenerazione dei costumi che la nostra epoca sta vivendo? Oppure (seconda via) per riscattarsi da questo immondo presente guardando al passato, godendo insieme della bellezza dei Classici, cercando cioè nella bellezza che l'essere umano è stato in grado di creare una consolazione, un conforto. E allora spettacoli che celebrano i grandi e la storia, più o meno noti e nota, che omaggiano per non dimenticare. Indispensabile. Indispensabile sapere, essere informati. E non dimenticare. Ed è giusto. Ma perchè un giovane (giovane lo era quando ha iniziato, ora che sono quasi 10 anni e si è lasciato gia da tre anni i trenta alle spalle e continua a fare il cameriere per sopravvivere, non si sente più molto giovane) comunque, perchè un giovane che fa teatro e che cerca di inventare una storia dal nulla, anzi da sè, perchè la sua intenzione non viene valorizzata? Qualcuno che cerca di inventare. Senza riferimenti o citazioni. Senza attingere all'esistente. Qualcuno che chiede ad un collega amico di grande sensibilità e capacità di comporgli delle musiche, che cerca di immettere novità sotto il sole. Ci prova. Rischia, riconoscendo tutti i suoi limiti, scontrandosi contro tutti i suoi limiti, ma cerca di creare. Creare. Non commentare, non rievocare, non giudicare, non denunciare, non descrivere, non approfondire, non celebrare, non ispirarsi a, non riecheggiare, NO. Creare. Ecco, perchè lui non ha alcuna possibilità nella cultura italiana? Forse è giusto così, forse il suo creare è mediocre. E forse è una sua falsa convinzione che il nuovo, lo sconosciuto, regalino un'ora allo spettatore più stimolante mentalmente ed emotivamente di quanto non faccia il già noto. Perchè il limite nel nuovo si vede di più proprio perchè non c'è soggezione. Proprio perchè c'è verginità. Proprio perchè non c'è giustificazione alcuna. Perchè sul nuovo la capacità critica, lo stimolo , la personalità di chi guarda sono al massimo della sua vitalità. Sono libere. Non c'è una questione sociale denunciata di sottofondo che in ogni caso per la sua giustezza di essere denunciata mette al riparo dal criticare sul senso. Non c'è un riferimento letterario, artistico che in ogni caso la sua bellezza, la sua importanza rendono inattacabile, ingiudicabile. No. c'è un vero confronto tra artista e pubblico. vero. profondo. libero. Kantor dice: " L'arte è una manifestazione della vita. E la vita è la cosa più preziosa, qualcosa che fugge, che passa. La vita è una corsa. Quel che si lascia dietro , pur trasformandosi in miti, ostacola questa corsa. Solo ciò che accompagna la vita , questa corsa di attimi, ciò che passa, questo è prezioso."..." quel che mi preme è il mio interesse per la realtà che cambia ed evolve, che si determina incessantemente nel pensiero, si rafforza nell'immaginazione e si realizza, per quanto riguarda l'arte, nella decisione e nella scelta." c'è una " apparenza di creazione che porta con sè approvazione, consenso e all'artista stesso porta un riparo, una pace pigra, ma anche il prestigio. L'evoluzione consiste nel costante adattamento dell'artista alla propria epoca fino all'esaurimento delle sue forze intellettuali." A me pare che in questa epoca in cui tutto ci è possibile vedere, a tutto ci è possibile assistere, tutto ci è dato sapere, tutto si fa apparentemente accessibile, in cui la nostra mente, la nostra immaginazione, si fanno sempre più "archivio di informazioni" distinte e organizzate per categorie e gerarchie più o meno personali, in quest'epoca, lo spettacolo dal vivo che invece si propone di parlare agli spettatori proponendogli qualcosa che a nulla può farlo riferire nel suo archivio, che non allude a gerarchie, che non allude a nulla se non alle emozioni umane, e alle inconsce visioni di un individuo, alle percezioni di relazioni personali, di pieni e di vuoti, che chiede allo spettatore di immaginare, di cercarsi in quello che vede, ecco, io credo sia una giusta strada da percorrere. Un importante dialogo da aprire. Nostante tutti i limiti e le difficoltà. Cercando di migliorare sempre di più la qualità e la bellezza del proprio lavoro.